News: Archivo » Giugno 2009

  • Facebook sarà l’identità digitale del futuro?

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 30 Giugno 2009
    Archiviato in Social Network, Web 2.0
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    Identità digitale, l’insieme delle informazioni e delle risorse concesse da un sistema informatico ad un particolare utilizzatore del suddetto: di fatto l’identità digitale non è altro che il nostro alter ego in bit, il “noi stessi” proiettato nel computer.
    Come nel mondo reale infatti anche nell’universo dei bit noi abbiamo una identità, siamo qualcuno, e lo capiamo ogni volta che facciamo il login cioè che entriamo in un servizio, scrivendo il nostro nome utente e la nostra password.

    Il problema delle identità digitali è che ne abbiamo tantissime, ne abbiamo generalmente una per ogni servizio che usiamo: ne abbiamo una quando entriamo sul sito della banca, una per la posta elettronica, una per Twitter, una per Facebook e così via.
    Ma come fare per unificarle tutte ne più ne meno come accade nella vita reale? In fondo tutti noi, nella vita siamo sempre e solo una persona a prescindere da quale servizio usiamo o da che luogo stiamo frequentando in quel momento.

    Una risposta a questa domanda si è cercata di darla con il sistema Open ID, che è un meccanismo di identificazione nel quale la propria identità è un URL (un indirizzo Internet in pratica) e può essere verificata da qualunque server supporti il protocollo proprietario.
    Ma si sa, come spesso accade per quello che riguarda i cambiamenti che coinvolgono miliardi di persone e protocolli standard da imporre, non sono le aziende a decidere ma il mercato.
    Ecco che, in maniera quasi inaspettata, sta nascendo un nuovo modo di identificarsi in molti, in moltissimi siti Web: l’account di Facebook.

    In pratica molti siti offrono servizi solo ad utenti “riconoscibili” o riconducibili ad una identità digitale: per fare questo, e per non ammorbare il probabile cliente/usufruttuario del servizio con noiose registrazioni, si usa l’identità di Facebook, quasi sempre sicura, già pronta ed accessibile.
    Ecco allora che sempre più spesso ci si trova ad entrare in portali-siti-blog che offrono servizi solo (o anche a chi) si “logga” con il proprio user di Facebook, il quale a sua volta cambia nuovamente forma: nato come semplice aggregatore di persone che si erano banalmente perse di vista, è quasi diventato un motore di ricerca (o aspira ad esserlo) visto che si possono trovare gruppi e pagine su ogni argomento ed ora l’ultimo colpo di coda di Facebook, il gigante di Mark Zuckerberg; se si imponesse come standard diventerebbe il primo e vero gestore e possessore di tutte le identità presenti online, con il traino evidente di problemi legati alla privacy ed al controllo dei dati sensibili.

    Se già oggi infatti il social network ha un potere straordinario grazie a foto, film e pensieri di tutti noi albergati nei suoi database, in futuro potrebbe anche essere l’unico detentore e possessore di molto di più dei nostri dati sensibili: sarebbe possessore di noi stessi.

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  • Social media e Aziende, casi di successo: Dell e Twitter.

    Claudio Gagliardini

    di Claudio Gagliardini · pubblicato il 29 Giugno 2009
    Archiviato in Casi di eccellenza, Web 2.0, Web marketing
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    Continuiamo a dirlo ai nostri clienti e a “predicarlo” in occasione di workshop e convegni: i social media ed il social network offrono grandi opportunità alle aziende, basta solo imparare ad usare i nuovi strumenti a disposizione e comunicare nel modo giusto. Dell, colosso americano dell’informatica per ufficio e casa, è tra le aziende che l’hanno capito e che oggi stanno raccogliendo risultati incoraggianti.

    Già nel 2007 nasceva su Twitter @DellOutlet, frutto di una nuova strategia di marketing orientata al web e basata sui cimguettii” che hanno conquistato il mondo. Oggi di account Twitter l’azienda USA ne conta una ventina, segno che il milione di dollari guadagnato attraverso questo canale nel 2008, cui si sommano i 2 milioni dei primi mesi del 2009, hanno dato linfa, ottimismo e confidenza nel mezzo. Certo, se si confrontano questi dati col fatturato globale dell’azienda (61,1 miliardi di dollari nel 2008, 34° posto tra le Fortune 500), l’impatto emotivo di questa crescita si ridimensiona, ma sono comunque dati degni di nota e di investimento, tanto più in un periodo di crisi come questo.

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  • Tutto il mondo passa attraverso i social media, è questa la vera pandemia

    Il virus è oramai ovunque diffuso su tutta la terra. La settimana scorsa qualcuno malignava che la rivolta in Iran fosse stata in qualche modo “agevolata” o gonfiata dai social media per aumentare la propria popolarità e diffusione nel mondo, piuttosto che per aiutare gli iraniani. Poi sono arrivati i temi di maturità su Twitter e Facebook ed oggi questi strumenti -ed il web in generale- si sono trovati intasati da milioni di messaggi per la morte di Michael Jackson. Non c’è dietrologia che tenga! Davvero la “statusphera” è diventata il modo di comunicare più utilizzato in ogni contesto e in tutto il mondo.

    Alla faccia dello scetticismo dei CEO delle 100 principali aziende USA che, secondo una recente indagine di Uberceo.com non considerano questi canali interessanti per il proprio business! Sembra incredibile che qualcuno possa ancora non crederci -tantomeno personaggi di quel calibro-, ma tutto ormai passa attraverso i cinguettii di Twitter o gli status di Facebook e degli altri social network. Tra i vari “vado a mangiare, a dopo” o “vorrei essere al mare anziché in ufficio”, spuntano infatti notizie più aggiornate di quelle diffuse dalle agenzie di stampa, piccoli scoop e un generalizzato “live from everywhere” 24/7/365. Inutile storcere il naso o sentirsi sicuri dei vecchi metodi: il mondo è cambiato davvero e chi non sta al passo è destinato all’isolamento e all’insuccesso.

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  • Il cambiamento passa per Twitter

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 25 Giugno 2009
    Archiviato in Social Network, Web 2.0
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    Origliare, guardare dal buco della serratura di centinaia di porte diverse, ascoltare i sussurri, i cinguettii di decine di persone che di fatto non si conoscono.
    Questo è Twitter per molte persone, un servizio di microblogging terribilmente limitato, che permette di scambiarsi brevissime informazioni (140 caratteri al massimo), che riduce la comunicazione allo stato embrionale e che non fa altro che trasmettere un “cinguettio” che diventa un brusio, un rumore di fondo comunicativo tra le persone.
    Ma allora perché se ne parla tanto? Dove sta la rivoluzione in un social network che permette di inserire di fatto solo testo e che non consente la generazione di messaggi -ergo ragionamenti- complessi?
    Forse, come dice il Corriere della Sera: “quando il jet della US Air am­mara sul fiume Hudson o quan­do c’è il terremoto a Los Ange­les, la notizia arriva coi messag­gi di Twitter molto prima che sugli schermi della CNN o sui terminali dell’Associated Press: un cambiamento che co­stringe i giornalisti a dotarsi di una nuova «cassetta degli at­trezzi » per affrontare rivoluzio­ni tecnologiche che stanno cambiando il modo di fare in­formazione. Poi arriva la rivolta in Iran e scopri che, con i corrisponden­ti stranieri messi alla porta dal regime degli ayatollah, Twitter diventa l’unico vero canale di informazione su quello che sta accadendo nel Paese: migliaia di ragazzi armati di cellulare che trasmettono brevi messag­gi e immagini della sommossa e della repressione.”

    Sono queste le grandi forze e le enormi potenzialità contenute in un piccolo servizio: la leggerezza, la portabilità e l’immediatezza.
    Ecco che Twitter si trasforma da mezzucolo per origliare chi ci sta vicino a straordinario mezzo di comunicazione di massa, grazie al quale la tecnologia diventa il veicolo delle informazioni prodotte direttamente dalle persone: nessuna redazione, nessun vaglio, nessuna lottizzazione politica ma semplicemente la notizia pura e cruda, che viene vista, ripresa ed “uploddata” cioè sparate nell’etere senza essere smussata.
    Non dobbiamo dimenticare che l’ANSA (nelle persone dei suoi giornalisti) per acquisire novità sulle evoluzioni dei fatti dopo il terremoto dell’Aquila, consultava Twitter… non il contrario.

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  • L’importanza del dominio nel Web marketing

    pamela ferrara

    di pamela ferrara · pubblicato il 24 Giugno 2009
    Archiviato in internet

    Ho letto Re-Brand di Mirko Nesurini, un’analisi davvero avvincente sui cosiddetti “sleeping brand”, su come risvegliarli e su come valutare se sia meglio puntare al loro risveglio o alla creazione di un brand ex novo.

    Tra i vari argomenti trattati, ho provato un naturale interesse ogni volta che l’autore ha parlato di Internet, e in particolar modo di quanto la coincidenza tra il marchio e il nome di dominio sia un fattore chiave per il marketing, ma non per la giurisprudenza, che talvolta si muove un po’ a caso in questo territorio inesplorato.

    Nel 2001 a Firenze per il caso Blaukpunkt.it il giudice ha stabilito che registrare un dominio coincidente col nome di un marchio esistente è legittimo in quanto il nome del dominio non implicherebbe un richiamo al marchio o al prodotto venduto.

    Nel 2003, invece, Giorgio Armani si è presentato davanti al giudice assieme all’imprenditore Luca Armani, proprietario di un timbrificio, che aveva registrato il marchio Armani.it. In quel caso la sentenza decretò che il dominio doveva andare di diritto alla società il cui marchio era maggiormente conosciuto, e dunque allo stilista, al quale il dominio è stato poi riassegnato.

    E’ stato forse il caso più eclatante: di solito si tende infatti a raggiungere un compromesso, come i Ramazzotti, cantante e distilleria, che si sono accordati su Ramazzotti.it per l’amaro e Ramazzotti.com per Eros (Mirko Nesurini, Re-Brand).

    Il tutto ci riporta ad un’assenza di legislazione in materia di nomi di dominio, la cui coincidenza col marchio è, come si è detto, fondamentale.

    Oggi è infatti buona norma, per un’azienda nascente, controllare quali domini sono liberi prima di deciderne il nome: dal Web non si può più prescindere.

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  • Web Marketing innovativo: gli esempi di Volkswagen e Jaguar

    Il web sta diventando sempre più una piattaforma di eccellenza per il messaggio delle aziende e l’innovazione, oltre alla fiducia nel mezzo, sembra essere il parametro in grado di fare la differenza. Due esempi importanti ed attuali sono le campagne web di Volkswagen e Jaguar, due giganti dell’auto che, in modo diverso, dimostrano di credere convintamente nel web e nelle sue grandi opportunità.

    Della campagna “Meet the Volkswagens” ho recentemente parlato in un post sul mio blog personale. Si tratta di applicazioni di “contextual advertising” su Facebook e su Twitter, in grado di “giocare” con l’utente a “scopri qual’è la tua Volkswagen ideale” e di restituirgli risultati personalizzati, pescando le risposte tra i dati del suo profilo. Un trend, quello del “context ad” che si sta diffondendo in modo virale e che vede nel social network un punto di riferimento ed un immenso giacimento di contatti e di dati da utilizzare. Dagli “adsense” di Google si passa dunque ad un’era nuova, quella dell’interazione diretta con l’utente e della sua partecipazione. (Continua a leggere… )

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  • Come chiedere a Facebook l’assegnazione del proprio nome o marchio

    Claudio Gagliardini

    di Claudio Gagliardini · pubblicato il 22 Giugno 2009
    Archiviato in Social Network, Web marketing
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    Nel corso del workshop tenuto lo scorso venerdì a SMAU Bologna dal nostro Massimo Boraso, parlando dell’importanza della presenza delle aziende sui social network, uno degli intervenuti ha posto un quesito su Facebook e sulla tutela della proprietà di nomi e marchi aziendali. Ecco una rapida risposta web, dopo quella fornita nel corso del dibattito; si può provare a richiedere il proprio username eventualmente già attribuito ad altri compilando questo form su Facebook, che comunque premette: “non possiamo garantire che concederemo questo nome utente sulla base della tua richiesta“.

    Dopo la recente svolta dei “vanity URL” (http://www.facebook.com/tuo.nome), infatti, la questione della paternità degli username Facebook (ormai quasi paragonabili ai nomi a dominio) è diventata molto spinosa, ma la soluzione sembra in vista. In calce al form si chiede di offrire garanzie circa la legittimità della richiesta: “Selezionando questa casella indichi che sei il proprietario di questo marchio (o sei una persona legalmente autorizzata ad agire in vece del proprietario) e che il tuo utilizzo del marchio non infrange i diritti di terze parti”.

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