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  • Anche Audi punta su Facebook per il suo web marketing

    Come già scritto in passato (es. Web Marketing innovativo: gli esempi di Volkswagen e Jaguar), le grandi case automobilistiche stanno sbarcando convintamente su Facebook per sperimentare nuove forme di comunicazione e di interazione con i propri clienti/fan. Un trend comune a molti per tante diverse interpretazioni, vista la libertà creativa che il mezzo Facebook consente, ma alla base una confidenza notevole nei nuovi social media come strumenti di comunicazione e di aggregazione.

    A differenza di quanto avviene sulla pagina di Volkswagen, in cui l’azienda consiglia agli utenti l’auto ideale in base al profilo Facebook, nel caso dell’Audi c’è un coinvolgimento dei fan (clienti acquisiti e potenziali, estimatori e appassionati, etc.) nella progettazione di automobili che vedranno la luce tra 10, 20 o 30 anni. I video presenti nella pagina illustrano le idee e le convinzioni dei designer Audi e chiedono una partecipazione diretta degli utenti su temi quali “come può la tua vettura giocare un ruolo nel mantenerti connesso al tuo mondo digitale, nel futuro?” o “cosa dovrebbe essere Audi in futuro?”.

    Facebook e gli altri social network rappresentano dunque una grande sfida per i grandi marchi, ma anche (e forse soprattutto) un’ottima opportunità per le piccole e medie imprese. Aprire una pagina su Facebook, l’abbiamo già scritto in “La tua azienda su Facebook in 5 minuti“, è gratuito e non comporta grandi competenze tecniche, ma a monte deve esserci una precisa strategia di comunicazione e di coinvolgimento, altrimenti non porta nulla e rischia semmai di compromettere l’immagine aziendale.

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  • Social Media Footprint, il web marketing che traccia una strada

    Mi capita spesso di parlare con clienti e amici del perché non sia sufficiente avere un ottimo sito web per ottenere contatti e richieste. Molti sono convinti che fare web significhi solo e soltanto quello: avere un bel sito web, ben indicizzato, pulito ed in ordine, e starsene lì ad attendere risultati che stranamente faticano ad arrivare. Sarebbe bello se fosse così (o magari sarebbe soltanto molto noioso), ma in realtà le cose vanno in modo molto diverso, premiando la dinamicità, la fantasia e le buone idee di chi fa altro, oltre che tenere online un sito e magari anche un bel blog. La rete non è fatta per ospitare “pesci morti”, ma per contenere l’esuberanza di quelli vivi e sguazzanti, sempre pronti a riflettere la luce del sole sulle loro lucede squame multicolore a beneficio di tutti, oltre che di se stessi.

    Se in ecologia si parla già da tempo di ecological footprint (impronta ecologica) e della necessità di renderla il meno invasiva e dannosa possibile, riducendo i propri consumi ed il proprio impatto ambientale, nel web marketing vale l’esatto contrario e le aziende che si affacciano al web debbono oggi avere un’impronta quanto più grande e definita possibile (pur senza inquinare o spammare); una loro orma da seguire senza perdersi tra altre migliaia di tracce più o meno evidenti. Per Social Media Footprint si intende, infatti, la capacità di impatto e di penetrazione delle aziende nel web, ovvero la loro attitudine a veicolare messaggi e a promuoversi attraverso tutti i canali e gli strumenti offerti dalla rete.

    Questo vale per tutti e a tutti i livelli. Accanto e a complemento dei siti e blog aziendali, ci sono decine di strumenti gratuiti da utilizzare con profitto per essere protagonisti nel proprio settore. Come? Postando foto e video, ad esempio (Flickr e YouTube sono i media giusti per veicolarli con successo), ma anche rispondendo a quesiti tecnici sui forum o nei vari gruppi presenti in social network come Facebook. Navigando i blog di settore e commentando, creando applicazioni utili o divertenti per Facebook o MySpace; condividendo un po’ del proprio know-how con altri utenti della rete ed allacciando nuove relazioni; tweettando post del proprio o di altri blog di settore su Twitter.

    Tutto questo può sembrare soltanto una perdita di tempo, ma giova al business della propria azienda molto più di quanto non si riesca ad immaginare. Creare una propria impronta sui social media, infatti, consente di instaurare rapporti e relazioni a più livelli, nonché di far rimbalzare il proprio nome ed il proprio marchio in differenti contesti e modalità. Permette di guadagnare credibilità ed immagine e di diventare un punto di riferimento. Ma, soprattutto, consente di essere citati, linkati, tweettati, di far girare i propri post, foto, video e audio su altri siti senza alcuno sforzo, solamente grazie alla popolarità che si sarà acquisita nel tempo. Solo allora inizieranno a fioccare le visite e i contatti e la visibilità aumenterà in modo rapido ed esponenziale.

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  • Web Marketing tip di fine agosto per le aziende italiane

    Banalità di un mercoledì di metà agosto: ci sono migliaia di modi per promuovere un’azienda nel web, ed è forse questa la vera novità di questo mezzo rispetto ai media tradizionali. Fino a pochi anni addietro fare pubblicità significava investire un sacco di soldi per realizzare spot radiofonici o televisivi, cartelloni, manifesti, locandine, volantini. Nessuna possibilità di interazione con gli utenti finali, a parte forse la possibilità di fare aeroplanini o barchette con i volantini, unidirezionalità del messaggio ed eccessiva omologazione erano i limiti più evidenti. Tanto che per muovere un po’ le acque ci voleva gente come Oliviero Toscani, che seppe usare un linguaggio nuovo attraverso la fotografia e la provocazione.

    Oggi tutto è cambiato. L’avvento del web, con particolare riferimento a quello che continuiamo a chiamare web 2.0, ha reso possibile una trasformazione radicale dell’approccio al target a tutti i livelli ed in tutte le direzioni. I social network, in particolare Facebook, hanno dato il via ad una nuova era non soltanto nei rapporti sociali e nel modo di relazionarsi, ma anche nel modo in cui le aziende promuovono i propri prodotti. Molto spesso in modo spontaneo, sono nate le community e dove non ci sono ancora c’è sempre qualcuno che si affretta a crearle. Gruppi di utenti web che condividono passioni, interessi, desideri. Nuovi canali per veicolare messaggi promozionali ed informazioni, ma anche (talvolta soprattutto) applicazioni, giochi e passatempi di varia natura.

    Nel post “Dalla TV al social network: passa per la rete il nuovo marketing delle grandi aziende“, ho già citato il caso di The Gap, jeanseria americana che ha lanciato di recente un’interessante campagna promozionale su Facebook. Uno dei punti di forza di quella campagna è la possibilità per gli utenti (fan) di proporre i propri “style tips” attraverso Polyvore.com, un sito che consente di “giocare” con abiti e accessori di moda creando dei set da condividere con gli amici o da pubblicare sul sito stesso o su altre fonti, come ad esempio la pagina Facebook di The Gap. Questo è soltanto un esempio, ma di applicazioni di vario genere e natura i social network sono già pieni. E molte di queste applicazioni sono state create da aziende per favorire l’interazione con i propri fan.

    E’ tempo che anche le aziende italiane entrino in questa nuova era. E non si tratta soltanto di rivolgersi ad una ditta che sappia realizzare applicazioni o giochini virali per promuovere i propri prodotti, ma di una vera e propria rivoluzione culturale in ambito pubblicitario. I prodotti stanno diventando gadget virtuali, qualcosa che assomiglia molto alle vecchie e adorabili figurine Panini, ma che a differenza di queste possono essere “attaccati” su qualsiasi supporto (virtuale) in piena libertà, anziché su un albo con posti numerati e predeterminati.

    Le esperienze vincenti di giochi come Second Life, The Sims, Sim City, etc., possono essere applicate con successo al web marketing di quasi tutti i tipi di azienda, creando piccoli simulatori, collezioni virtuali e applicazioni di ogni genere da proporre attraverso i siti istituzionali e le pagine sui social network. Ma occorre sviluppare al più presto questa nuova visione e credere in una strategia di marketing che sfrutti appieno le opportunità del web.

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  • Dalla TV al social network: passa per la rete il nuovo marketing delle grandi aziende

    Di esempi ne abbiamo già fatti molti in differenti settori, su questo blog, ma quello di The Gap, azienda americana leader nel settore dei jeans e dell’abbigliamento casual, merita un piccolo approfondimento. Erano famosi per i loro spot televisivi, quelli di The Gap, ma la loro nuova campagna “Born to Fit” passa completamente per il web e per i social network, con particolare riferimento a Facebook, Twitter e YouTube.

    Una scelta coraggiosa e drastica che dimostra quanto le aziende USA stiano credendo nel web 2.0 e nei suoi strumenti, in grado di avvicinare il pubblico e di instaurare rapporti più profondi e viscerali con il target. Il passaggio tra la vecchia pubblicità e la nuova nasconde infatti molteplici aspetti, spesso poco percettibili o ignorati, ma che rappresentano un cambiamento epocale. Il consumatore diventa supporter e testimonial, abbandona il suo ruolo passivo di spettatore TV e diventa parte attiva in un grande processo di comunicazione a più vie e a più direzioni.

    Quello che The Gap e le altre aziende attive su Facebook stanno facendo, è trasformare il vecchio e silenzioso “parco clienti” in una macchina pubblicitaria di entusiasti fan, pronti a confrontarsi tra loro, a mostrarsi, ad apparire in prima persona, a fruire di un livello di informazione molto più completo e complesso di quello tradizionale.  Non più spot TV da pochi secondi, in grado soltanto di fare immagine, ma un gran numero di contenuti, video, articoli di approfondimento, blog post e molto altro, per costruire un legame nuovo e consapevole tra il marchio ed i propri consumatori.

    Nello specifico, la campagna “Born to Fit” è molto ben congegnata e basata sull’idea del “nati per…”, un “gioco” in cui i testimonial (il designer della casa Patrick Robinson e gli attori Alessandro Nivola e Sonya Walger) raccontano in video cosa sono ”nati per fare”. Ma la pagina Facebook di The Gap consente ai fan di svagarsi in molti modi, ad esempio condividendo consigli per lo stile attraverso Polyvore, un interessante sito che permette di creare “fashion sets” utilizzando le foto dei prodotti messe online dalle più grandi aziende di moda, con relativi prezzi e riferimenti web, oppure caricando foto in proprio. Interessante anche l’applicazione iPhone, chiamata StyleMixer, che permette di giocare con le collezioni dell’azienda, di interagire con gli altri utenti e di ottenere codici sconto quando ci si trova in prossimità di un punto vendita Gap.

    Il web si conferma dunque un oceano di opportunità per le aziende e la creatività è il suo unico limite. Le nuove campagne pubblicitarie debbono consentire interazione con il pubblico, offrire idee e consigli, permettere agli utenti di passare del tempo e di giocare, di confrontarsi tra loro, di diventare in qualche modo personaggi, di dire la loro e di essere protagonisti, esprimendo i propri gusti, le proprie capacità e passioni. La sfida del web è aperta, signore aziende italiane!

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  • Orvieto e Open Office Conference: quando il SEO non serve (o quasi)

    Purtroppo non capita spesso, ma ci sono occasioni in cui i motori di ricerca si dimostrano davvero capaci di attribuire il giusto peso ad una pagina web, indipendentemente dal lavoro svolto dai SEO. Sembra proprio essere il caso della pagina della Open Office Conference, la Conferenza Mondiale degli Sviluppatori Open Office, che si svolgerà ad Orvieto il 3-4-5 Novembre 2009.

    Google ha indicizzato molto bene questa pagina, tanto che gli utenti inglesi la trovano in prima pagina con la chiave di ricerca ”Orvieto“, come se si trattasse del famoso “Pozzo di San Patrizio” o del Duomo, il tutto in pochissimo tempo. Magia del SEO? In questo caso direi di no. Anzi, mi sembra la dimostrazione più lampante che i motori di ricerca non sono così stupidi come ci piace dipingerli.

    Perché quella pagina su Orvieto piace così tanto a Google, in un sito che di Orvieto ne parla solamente in quella occasione e che di certo non si occupa né di geografia, né di turismo né di Italia? La risposta sembrerebbe banale, ma lo è molto meno di quanto appaia. E, soprattutto, la “lezione” che ne deriva è davvero esemplare, perché in un colpo solo consente di comprendere meccanismi del web marketing che troppo spesso sfuggono agli addetti ai lavori e ai loro committenti.

    Cosa porta a questo risultato, dunque? Intanto è chiaro che gli algoritmi delle SERP di Google hanno ”pesato” nel giusto modo l’autorevolezza della pagina di Open Office. In secondo luogo, data l’importanza della conference, molte pagine web da tutto il mondo puntano alla parola “Orvieto” linkando a quella pagina e tra questi siti già ben posizionati e autorevoli rispetto alla keyword stessa, oltre che rispetto ad Open Office. Tanto basta, a dispetto di chi vede i SEO come dei maghi in grado di ribaltare il naturale ordine delle cose.

    Ma come detto all’inizio non è sempre domenica e non è quasi mai “Orvieto”, nella routine del nostro lavoro. Al contrario, la bravura di un SEO che sa cosa sta facendo è propio quella di cercare l’Orvieto che è dentro ogni sito, ovvero quei potenziali, quelle chiavi di ricerca e quegli “ecosistemi digitali” in grado di accreditare un sito, di fargli scalare posizioni sui motori e di andare oltre i limiti del proprio posizionamento naturale. Sfruttando al meglio le sue potenzialità, non facendo macumbe o con una bacchetta magica che nessuno possiede. 

    Ma la lezione che viene da questo piccolo esempio va molto oltre, e va sicuramente estesa alle nostre istituzioni e a tutti coloro che si occupano di marketing turistico, ad esempio. Non ho idea di quali siano stati i meccanismi che porteranno la Open Office Conference ad Orvieto, a novembre, ma non credo che sia costato soldi al comune o alle istituzioni in generale. E’ qualcosa che attiene piuttosto alla posizione geografica della location, al suo fascino e a chissà quali altri meccanismi, ma il fatto è che un evento di questo genere, che sicuramente non è un concerto di Madonna o chissà quale costosissima kermesse, sta dando ad Orvieto una bella visibilità internazionale ed un prestigio a costi molto bassi.

    Altro che le costosissime campagne pubblicitarie televisive o la partecipazione alle fiere e agli eventi internazionali. Il marketing turistico e territoriale è sulla rete e si fa da se, se il territorio è in grado di creare opportunità ed eventi. La rete è lo strumento più valido per il posizionamento di un brand territoriale. Il Web Marketing Territoriale è dunque oggi la migliore strategia che si possa immaginare in ambito turistico, la meno costosa e la più efficace, se svolta bene e in modo coordinato. E’ qui che entrano in gioco esperti SEO, consulenti e guru di varia natura, ma a monte deve essereci una progettualità seria e a lungo termine.

    FONTE: “Chiave di ricerca Orvieto su Google in lingua inglese: una bella sorpresa” di Fabrizio Caccavello su www.orvietonews.it.

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  • Chiquita, una strategia di marketing “10 e lode”

    Ancora un caso di successo di cui vale la pena parlare: Chiquita Italia SpA, leader nazionale nel comparto banane (quota di mercato pari al 45%, fatturato c.a. 180 milioni di euro l’anno), ha lanciato nel 2008 la strategia di marketing web oriented  Il mio 10 e lode, una campagna fortemente social che vede nel sito dedicato www.ilmio10elode.it e nella presenza su Facebook e su MySpace le sue armi vincenti.

    Come già annotato in “E-business, le aziende italiane ancora non navigano“, l’appartenenza ad una multinazionale (l’americana Chiquita Brands International, con sede a Cincinnati - Ohio) rende Chiquita Italia un caso d’eccellenza per la nostra nazione: 10 milioni di euro stanziati in marketing nel 2009, in forte crescita rispetto ai 6,5-7 milioni del 2008 ed una grande fiducia nei social media, nel social network e nel web. La campagna “Cos’è per te 10 e lode?” mira a conoscere gli aspetti “10 e lode” della vita dei ragazzi italiani e lo fa nel luogo più frequentato dal target prescelto: il social web.

    Il sito www.ilmio10elode.it è la migliore testimonianza di quanto l’azienda creda in questi nuovi strumenti di marketing. Un capolavoro di contextual advertising che ha nel dna la formula vincente per attrarre gli utenti e per conoscerne i gusti. Il concept del sito è per certi versi la riproduzione in scala della formula di www.ulike.net, ovvero “dimmi cosa ti piace e ti darò quel che vuoi“. Gli utenti si registrano, compilano un rapido questionario a premi e possono inserire la loro top ten in fatto di musica, film, libri e altro. Concorsi fotografici, estrazioni settimanali di premi ed un ampio spazio alla socializzazione tra gli utenti ne arricchiscono l’offerta. Davvero un bel risultato.

    Un risultato che trova in Facebook e MySpace ottimi alleati e poderosi veicoli di promozione. Come funziona la strategia social di questa campagna? Semplice. Il sito internet è il traguardo, non il punto di partenza (e soprattutto non l’uovo di Colombo in grado di materializzare contatti e business, come pensano troppi imprenditori). Il social web è l’habitat naturale dei contatti e dei clienti, acquisiti e futuri, ed è lì che Chiquita li va a cercare per portarli sul proprio sito. Come? Socializzando, entrando nelle dinamiche del target, stuzzicando interessi e appetiti (del resto le banane sono fatte per essere mangiate) e promuovendo un concetto forte, quello del 10 e lode. Non a caso lo slogan della pagina su Facebook è “diffondi la qualità in tutte le sue forme!”

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  • E-business, le aziende italiane ancora non navigano

    Lo dicono chiaramente i risultati del Primo osservatorio italiano sull’e-business, un’indagine condotta nell’ultimo quadrimestre del 2008 dall’Istituto di Ricerca Sinaptica per conto di eBit Marketing and Retail Innovation. Gli investimenti delle PMI italiane non decollano e la causa principale è insita nella “scarsa conoscenza, frammentata e poco approfondita, del panorama offerto dall’e-business“, nonché “dalla mancanza di interlocutori adeguati“. Per il 98% del campione esaminato (120 grandi aziende italiane) fare e-business coincide ancora e soltanto con l’avere un sito internet.

    Impietosi i numeri che emergono dalla ricerca: soltanto la metà delle aziende in esame conduce attività di web marketing (51%), poco di più quelle che inviano newsletter (il 59%); “e-commerce e acquisti on-line sono utilizzati solo da un terzo del campione (rispettivamente 28% e 31%) con una incidenza rispettivamente del 7,6% sul fatturato e del 7,0% sul totale acquisti“. Ancora troppo basso anche il numero di aziende (27%) che utilizza gli strumenti del web 2.0 (corporate blog, forum, social networking), e solo il 16% del campione utilizza il mobile advertising (sms).

    Ma il dato più eclatante è quello relativo all’investimento in strumenti di e-business: meno dell’1% del fatturato aziendale. In media 38 mila euro per le aziende con un fatturato di 50 milioni di euro,  500 mila euro per le aziende dai 50 ai 300 milioni di euro, 2 milioni di euro per le aziende con fatturato oltre i 300 milioni (le grandi aziende italiane e le filiali di multinazionali investono di più perché conoscono le potenzialità grazie ad esperienze estere). Nel buio, un barlume di luce è rappresentato dalla percezione indicata dalla maggioranza del campione, secondo cui nei prossimi anni aumenterà la voce di spesa relativa all’e-business di almeno il 25%, cosa che per il 46% degli intervistati “comporterà un impatto positivo sui risultati dell’azienda“. C’è fiducia prospettica nel mezzo, dunque.

    Ma cosa cercano le aziende italiane disposte ad investire nell’e-business? Anche questo dato conferma la scarsa propensione a considerare fattori innovativi, più che perseguire la mera convenienza. infatti, sebbene “la soddisfazione del cliente” sia al primo posto (21%), “aumento del fatturato” (16%) e “riduzione dei costi” (12%) sono le richieste predominanti rispetto a “sviluppo di nuovi prodotti” (9%) e “internazionalizzazione” (5%), che pure dovrebbero interessare alle aziende almeno quanto la soddisfazione del cliente.

    Negativa è anche la percezione che le aziende hanno rispettivamente ai servizi offerti dai fornitori di soluzioni di e-business: solo il 37% delle aziende si dichiara soddisfatta delle web agencies, il 26% delle società di consulenza, il 15% dei i servizi e-business offerti dalle agenzie di pubblicità. “mancanza di contributo alla sviluppo della strategia aziendale, scarsa propositività, insufficiente assistenza dopo il lancio”, rappresentano i principali motivi di insoddisfazione, segno che ad oggi non esistono referenti davvero completi e in grado di fornire consulenza, oltre che prodotti e servizi.

    L’osservatorio è stato condotto su 120 top manager ed imprenditori di aziende operanti in Italia. 68% società di proprietà italiana, 32% filiali di multinazionali, 51% Industria, 25% Commercio, 24% Altri servizi. 40% fino a 50 milioni di fatturato, 29% dai 50 ai 300 milioni di fatturato, 31% oltre i 300 milioni di fatturato.

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