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  • Web 2.0, i benefici sul business delle aziende sono tangibili

    Claudio Gagliardini

    di Claudio Gagliardini · pubblicato il 16 Settembre 2009
    Archiviato in Web marketing
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    Un recente sondaggio di McKinsey Quarterly, il global survey  “How companies are benefiting from Web 2.0“,  pubblicato il 2 settembre 2009, rivela che le aziende credono sempre di più nel web 2.0 e nei suoi strumenti, indicando con estrema chiarezza i benefici e i traguardi raggiunti attraverso il loro utilizzo. A dispetto di quanti ritengono che le nuove tecnologie e i social media siano attraenti ma poco efficaci in termini di risultati, le aziende interpellate hanno contrapposto un elenco di benefici sia interni che esterni e grandi vantaggi nella gestione dei rapporti con la clientela.

    Il sondaggio è stato svolto su un campione di 1.700 aziende in tutto il mondo e in differenti settori, e ben il 69% del campione ha dichiarato di aver tratto benefici tangibil dall’utilizzo degli strumenti del web 2.0. Nello specifico, il 52% degli intervistati ha risposto che questi hanno migliorato l’efficacia del loro marketing, mentre il 43% ha indicato un elevato tasso di soddisfazione nella clientela e il 38% ha evidenziato una riduzione dei costi correlati al marketing. Le aziende che hanno riscontrato i benefici maggiori sono quelle dell’high-tech e delle telecomunicazioni (65%), seguite da quelle che offrono servizi professionali e legali (60%).

    Non si tratta però di bacchette magiche in grado di trasformare i semplici utenti web in clienti. Il 74% del campione interpellato, ha dichiarato, infatti, che i benefici diventano consistenti e misurabili solamente se integrati ad altre forme di interazione con il target, mentre per il 52% la migliore pratica è quella di comunicare e fare strategia di marketing proprio sulle iniziative legate al web 2.0.

    Ma quali sono gli strumenti del web 2.0 che funzionano davvero?  Su questo punto è stata rilevata una differenza tra i risultati ottenuti verso l’interno o verso l’esterno delle aziende. Nell’utilizzo interno sembrano prevalere il video-sharing (48%), i blog (47%), gli RSS ed il social networking (42%) e i wiki (40%). Se il target è quello esterno della clientela, invece, ad avere la meglio è il blog (51%), seguito dal video-sharing  dal social-networking (48%) e dagli RSS (45%). Il corporate blog, con i suoi “Enterprise Generated Content“, per dirla con il termine coniato dalla Bocconi di Milano, si conferma dunque lo strumento principe della comunicazione aziendale, ma non distacca di molto le altre punte di diamante del web 2.0, dalla condiisione di video al social network.

    Fonti: www.emarketer.com, McKinsey Quarterly.

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  • Blog aziendali: alla Bocconi li chiamano “Enterprise Generated Content”

    Un interessante convegno, che si terrà giovedì 24 Settembre 2009, alla Bocconi di Milano, verterà sul tema ”I pilastri dell’Enterprise Generated Content“, il termine scelto dai bocconiani per definire i contenuti generati dalle aziende. Già battezzati in diversi modi in passato (es. branded content, corporate generate content), la nascita di una definizione “ufficiale” da parte della Bocconi degli “Enterprise Generated Content”, è una prova evidente che le aziende stanno ottenendo lo status di produttori di contenuti, affiancandosi in qualche misura ai media tradizionali.

    Al convegno, che si terrà alla Bocconi presso l’Aula AS02 in via Roentgen 1 (ingresso gratuito previa registrazione online), saranno presentate le ricerche realizzate dall’Università, arricchite dalle importanti considerazioni di grandi nomi dell’imprenditoria italiana come Barilla, Purina, Telethon, Intesa San Paolo, Replay, oltre che dal parere di rappresentanze degli editori come Mondadori, Yahoo!, Time Warner e Corriere.it. Le ricerche presentate saranno: “Social Media Monitor: 100 aziende nella rete”; “Dalla filiera alla rete: le nuove regole d’ingaggio nella comunicazione digitale”; “Le community aziendali: verso il knowledge networking”.

    INFO: Centro ASK, tel. 02 5836.3710 - e.mail:ask@unibocconi.it (partecipazione gratuita previa iscrizione obbligatoria online entro il 22 settembre 2009)

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  • Anche Audi punta su Facebook per il suo web marketing

    Come già scritto in passato (es. Web Marketing innovativo: gli esempi di Volkswagen e Jaguar), le grandi case automobilistiche stanno sbarcando convintamente su Facebook per sperimentare nuove forme di comunicazione e di interazione con i propri clienti/fan. Un trend comune a molti per tante diverse interpretazioni, vista la libertà creativa che il mezzo Facebook consente, ma alla base una confidenza notevole nei nuovi social media come strumenti di comunicazione e di aggregazione.

    A differenza di quanto avviene sulla pagina di Volkswagen, in cui l’azienda consiglia agli utenti l’auto ideale in base al profilo Facebook, nel caso dell’Audi c’è un coinvolgimento dei fan (clienti acquisiti e potenziali, estimatori e appassionati, etc.) nella progettazione di automobili che vedranno la luce tra 10, 20 o 30 anni. I video presenti nella pagina illustrano le idee e le convinzioni dei designer Audi e chiedono una partecipazione diretta degli utenti su temi quali “come può la tua vettura giocare un ruolo nel mantenerti connesso al tuo mondo digitale, nel futuro?” o “cosa dovrebbe essere Audi in futuro?”.

    Facebook e gli altri social network rappresentano dunque una grande sfida per i grandi marchi, ma anche (e forse soprattutto) un’ottima opportunità per le piccole e medie imprese. Aprire una pagina su Facebook, l’abbiamo già scritto in “La tua azienda su Facebook in 5 minuti“, è gratuito e non comporta grandi competenze tecniche, ma a monte deve esserci una precisa strategia di comunicazione e di coinvolgimento, altrimenti non porta nulla e rischia semmai di compromettere l’immagine aziendale.

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  • La tua azienda su Twitter in 5 minuti

    Claudio Gagliardini

    di Claudio Gagliardini · pubblicato il 25 Agosto 2009
    Archiviato in Come fare per.., Web marketing
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    Questo ”nuovo” social media sta diventando sempre più un punto di riferimento nella comunicazione 2.0, anche per le aziende. Ma perché dovrei essere su Twitter? Cosa dovrei veicolare attraverso Twitter? Ci sono costi da sostenere? Come faccio ad iscrivermi e a twittare? Queste ed altre risposte sulla sesta MiniGuidaWeb di Studio Boraso.com, “La tua azienda su Twitter in 5 minuti“, che riprende regolarmente le pubblicazioni dopo la breve pausa estiva.

    Finite le ferie, infatti, è tempo per le aziende di rimettersi al lavoro e di riprogettare la presenza in un web che cambia velocemente e che ogni giorno offre nuove opportunità e mezzi. Restare indietro significa perdersi e perdere fatturato, perché il business passa sempre più attraverso il web e i suoi nuovi canali “social”. Buona lettura a tutti e a presto!

    LE GUIDE PUBBLICATE:
    1 – Web e aziende 2.0
    2 - Primi su Google senza trucchi
    3 - Comunicare con il Corporate Blog
    4 - Web perché, web per chi?
    5 - La tua azienda su Facebook in 5 minuti
    6 - La tua azienda su Twitter in 5 minuti

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  • Social Media Footprint, il web marketing che traccia una strada

    Mi capita spesso di parlare con clienti e amici del perché non sia sufficiente avere un ottimo sito web per ottenere contatti e richieste. Molti sono convinti che fare web significhi solo e soltanto quello: avere un bel sito web, ben indicizzato, pulito ed in ordine, e starsene lì ad attendere risultati che stranamente faticano ad arrivare. Sarebbe bello se fosse così (o magari sarebbe soltanto molto noioso), ma in realtà le cose vanno in modo molto diverso, premiando la dinamicità, la fantasia e le buone idee di chi fa altro, oltre che tenere online un sito e magari anche un bel blog. La rete non è fatta per ospitare “pesci morti”, ma per contenere l’esuberanza di quelli vivi e sguazzanti, sempre pronti a riflettere la luce del sole sulle loro lucede squame multicolore a beneficio di tutti, oltre che di se stessi.

    Se in ecologia si parla già da tempo di ecological footprint (impronta ecologica) e della necessità di renderla il meno invasiva e dannosa possibile, riducendo i propri consumi ed il proprio impatto ambientale, nel web marketing vale l’esatto contrario e le aziende che si affacciano al web debbono oggi avere un’impronta quanto più grande e definita possibile (pur senza inquinare o spammare); una loro orma da seguire senza perdersi tra altre migliaia di tracce più o meno evidenti. Per Social Media Footprint si intende, infatti, la capacità di impatto e di penetrazione delle aziende nel web, ovvero la loro attitudine a veicolare messaggi e a promuoversi attraverso tutti i canali e gli strumenti offerti dalla rete.

    Questo vale per tutti e a tutti i livelli. Accanto e a complemento dei siti e blog aziendali, ci sono decine di strumenti gratuiti da utilizzare con profitto per essere protagonisti nel proprio settore. Come? Postando foto e video, ad esempio (Flickr e YouTube sono i media giusti per veicolarli con successo), ma anche rispondendo a quesiti tecnici sui forum o nei vari gruppi presenti in social network come Facebook. Navigando i blog di settore e commentando, creando applicazioni utili o divertenti per Facebook o MySpace; condividendo un po’ del proprio know-how con altri utenti della rete ed allacciando nuove relazioni; tweettando post del proprio o di altri blog di settore su Twitter.

    Tutto questo può sembrare soltanto una perdita di tempo, ma giova al business della propria azienda molto più di quanto non si riesca ad immaginare. Creare una propria impronta sui social media, infatti, consente di instaurare rapporti e relazioni a più livelli, nonché di far rimbalzare il proprio nome ed il proprio marchio in differenti contesti e modalità. Permette di guadagnare credibilità ed immagine e di diventare un punto di riferimento. Ma, soprattutto, consente di essere citati, linkati, tweettati, di far girare i propri post, foto, video e audio su altri siti senza alcuno sforzo, solamente grazie alla popolarità che si sarà acquisita nel tempo. Solo allora inizieranno a fioccare le visite e i contatti e la visibilità aumenterà in modo rapido ed esponenziale.

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  • Social network: il 25% della aziende italiane ne ha paura. Hanno ragione?

    Un’azienda italiana su quattro ha paura di Facebook, MySpace, Linkedin e Twitter; lo rivela un recente rapporto di Sophos, società leader a livello mondiale nel settore della sicurezza informatica e nella tecnologia di controllo dell’accesso alla rete. Un’azienda monitorata su tre ha infatti subito attacchi di spam, phishing e malware e presume che questo sia causato da siti di social network.

    Il 63% degli amministratori di sistema delle aziende prese in esame è preoccupato che i dipendenti condividano troppi dati personali attraverso i social network, mettendo a rischio la rete aziendale e i dati sensibili. Gli esperti di Sophos condividono queste preoccupazioni, sottolineando che l’uso frequente dei social network rende le aziende un obiettivo primario per i criminali informatici che puntano a rubare identità, diffondere malware o bombardare gli utenti di messaggi di spam.

    L’indagine condotta da Sophos rivela che un terzo delle aziende continua a considerare la gestione della produttività come la ragione principale per controllare l’accesso dei dipendenti ai social network, ma in questa ottica sta crescendo notevolmente anche la considerazione della minaccia rappresentata da malware e da fuga di dati, temuta da un’azienda su cinque.

    Il pericolo è reale: nel 2009 quattro dei social network più popolari - Facebook, MySpace, LinkedIn e Twitter - hanno subito un elevato numero di attacchi di spam e malware con l’obiettivo di violare i PC degli utenti o sottrarre informazioni sensibili. Gli account cui sono stati “rubati” nome utente e password -attraverso phishing o spyware- sono utilizzati per l’invio di spam o collegamenti malevoli ad amici e colleghi. Ma proibire ai dipendenti di utilizzare i social network è la strategia giusta per evitare guai?

    Secondo Walter Narisoni, Sales Engineer Manager di Sophos Italia, assolutamente no. “La completa messa al bando dei social network sui luoghi di lavoro potrebbe rivelarsi una mossa affrettata, causando più danni che benefici. Negando completamente al proprio personale l’accesso al sito di social network, le aziende corrono il rischio di indurre i propri dipendenti a escogitare un modo per aggirare il divieto, creando vulnerabilità ancora più pericolose nel sistema di sicurezza aziendale. Non dimentichiamo inoltre che i siti di social networking possono avere anche scopi aziendali benefici in alcuni casi, offrendo l’opportunità di creare contatti con clienti attuali e potenziali“.

    Le aziende debbono dunque trovare soluzioni ed arginare le minacce rappresentate dai nuovi social media e dagli strumenti di condivisione e socializzazioni offerti dal nuovo web. Debbono investire in soluzioni integrate di sicurezza e controllo, e dedicarsi alla sensibilizzazione degli utenti che “devono imparare a scegliere e gestire password sicure per impedire ai criminali informatici di assumere il controllo degli account online, che potrebbero fungere da punto di accesso alla rete aziendale”.  L’interessante articolo “Sophos segnala: due terzi delle aziende temono che i social network mettano a repentaglio la sicurezza di rete” si conclude con una check list per la sicurezza aziendale rispetto a queste minacce.

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  • E-business, le aziende italiane ancora non navigano

    Lo dicono chiaramente i risultati del Primo osservatorio italiano sull’e-business, un’indagine condotta nell’ultimo quadrimestre del 2008 dall’Istituto di Ricerca Sinaptica per conto di eBit Marketing and Retail Innovation. Gli investimenti delle PMI italiane non decollano e la causa principale è insita nella “scarsa conoscenza, frammentata e poco approfondita, del panorama offerto dall’e-business“, nonché “dalla mancanza di interlocutori adeguati“. Per il 98% del campione esaminato (120 grandi aziende italiane) fare e-business coincide ancora e soltanto con l’avere un sito internet.

    Impietosi i numeri che emergono dalla ricerca: soltanto la metà delle aziende in esame conduce attività di web marketing (51%), poco di più quelle che inviano newsletter (il 59%); “e-commerce e acquisti on-line sono utilizzati solo da un terzo del campione (rispettivamente 28% e 31%) con una incidenza rispettivamente del 7,6% sul fatturato e del 7,0% sul totale acquisti“. Ancora troppo basso anche il numero di aziende (27%) che utilizza gli strumenti del web 2.0 (corporate blog, forum, social networking), e solo il 16% del campione utilizza il mobile advertising (sms).

    Ma il dato più eclatante è quello relativo all’investimento in strumenti di e-business: meno dell’1% del fatturato aziendale. In media 38 mila euro per le aziende con un fatturato di 50 milioni di euro,  500 mila euro per le aziende dai 50 ai 300 milioni di euro, 2 milioni di euro per le aziende con fatturato oltre i 300 milioni (le grandi aziende italiane e le filiali di multinazionali investono di più perché conoscono le potenzialità grazie ad esperienze estere). Nel buio, un barlume di luce è rappresentato dalla percezione indicata dalla maggioranza del campione, secondo cui nei prossimi anni aumenterà la voce di spesa relativa all’e-business di almeno il 25%, cosa che per il 46% degli intervistati “comporterà un impatto positivo sui risultati dell’azienda“. C’è fiducia prospettica nel mezzo, dunque.

    Ma cosa cercano le aziende italiane disposte ad investire nell’e-business? Anche questo dato conferma la scarsa propensione a considerare fattori innovativi, più che perseguire la mera convenienza. infatti, sebbene “la soddisfazione del cliente” sia al primo posto (21%), “aumento del fatturato” (16%) e “riduzione dei costi” (12%) sono le richieste predominanti rispetto a “sviluppo di nuovi prodotti” (9%) e “internazionalizzazione” (5%), che pure dovrebbero interessare alle aziende almeno quanto la soddisfazione del cliente.

    Negativa è anche la percezione che le aziende hanno rispettivamente ai servizi offerti dai fornitori di soluzioni di e-business: solo il 37% delle aziende si dichiara soddisfatta delle web agencies, il 26% delle società di consulenza, il 15% dei i servizi e-business offerti dalle agenzie di pubblicità. “mancanza di contributo alla sviluppo della strategia aziendale, scarsa propositività, insufficiente assistenza dopo il lancio”, rappresentano i principali motivi di insoddisfazione, segno che ad oggi non esistono referenti davvero completi e in grado di fornire consulenza, oltre che prodotti e servizi.

    L’osservatorio è stato condotto su 120 top manager ed imprenditori di aziende operanti in Italia. 68% società di proprietà italiana, 32% filiali di multinazionali, 51% Industria, 25% Commercio, 24% Altri servizi. 40% fino a 50 milioni di fatturato, 29% dai 50 ai 300 milioni di fatturato, 31% oltre i 300 milioni di fatturato.

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