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  • Codice QR come sostituto dei codici a barre

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 31 Agosto 2009
    Archiviato in Futuro
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    Il codice a barre, quel bizzarro insieme di righe di diverse dimensioni che abbiamo imparato ad usare con lettori ottici di varia fattura all’interno di supermercati e negozi, sta forse per andare in pensione per raggiunti limiti di età ed efficienza.
    Si stanno infatti imponendo sul mercato dei nuovi modelli di codice -o delle nuove matrici per usare un termine corretto- che permettono non solo un grande immagazzinamento di dati ma anche una enorme flessibilità in lettura:
    un Codice QR (in inglese, QR Code) è un codice a matrice, o codice a barre bidimensionale.
    Il “QR” deriva da “Quick Response” (Risposta Rapida), poiché il creatore pensava ad un codice che consentisse una rapida decodifica del suo contenuto.
    In pratica si tratta di immagini, le quali sono composte a loro volta da piccolissimi quadrati che, in base alla loro densità e posizione, determinano un insieme di dati.
    Ma dove sta la rivoluzione rispetto ai classici codici a barre?

    Sappiamo che per decifrare un codice a barre standard, come quelli del supermercato per intenderci, abbiamo bisogno di un lettore laser connesso ad un database (o contenente egli stesso un insieme di dati) precedentemente caricato.
    Di fatto, se prendiamo un lettore di codici e lo usiamo in un supermercato diverso da quello nel quale l’abbiamo prelevato, il lettore non sarà in grado di leggere nulla, in quanto i codici -e la decodifica degli stessi- non sono stati precedentemente caricati all’interno del lettore.

    Con i QR code le cose sono diverse ed i codici stessi posso essere generati gratuitamente e con facilità tramite miriadi di sevizi presenti in Rete e possono essere letti da un banalissimo cellulare.
    In pratica funziona così: si scarica un applicativo -programma- da un sito apposito, che può essere usato su qualunque cellulare, poi si accede ad una delle tante pagine internet che generano i QR code gratuitamente e se ne genera uno contenente quello che si vuole, come ad esempio un SMS, un indirizzo Internet, un numero di telefono o del semplice testo.
    Il risultato che ci appare immediatamente è una immagine (per esempio jpg) che può essere scaricata ed inserita ovunque, la quale inquadrata dalla fotocamera del cellulare,  potrà essere decifrata.
    Si, ma a cosa serve?

    Visto che la vera rivoluzione di questi codici è il fatto che possano essere letti da qualunque telefonino, su qualunque materiale ed in qualsiasi condizione, gli usi ai quali è concesso pensare in futuro sono molti e diversificati.
    Pensiamo ad esempio ad un biglietto da visita, che invece di contenere tutte le informazioni che vengono contenute oggi all’interno di piccolissimo spazio in cartone, conterrà solo il QR, il quale avrà al suo interno tutte le informazioni che ci riguardano, dall’indirizzo all’URL del sito, passando per qualunque messaggio di testo si voglia inserire. Il tutto “pronto all’uso” sul nostro cellulare.
    Oppure, il codice bidimensionale può essere usato come veicolo di marketing puro: inserendo l’immagine all’interno di riviste o di cartelloni pubblicitari, si possono veicolare informazioni subito pronte come indirizzi Internet per accedere ad ulteriori info, senza costringere l’utente alla “fatica” di digitare qualcosa sulla tastiera del proprio telefonino.

    In pratica il QR code è una nuova forma comunicativa, un nuovo piccolo “mass media” attraverso il quale far giungere messaggi tecnologicamente complessi che altrimenti sarebbero di difficile lettura.
    E poi si sa, alla nascita di una tecnologia non se ne conosce mai con certezza l’uso completo, salvo poi avere successo grazie ad una o più idee di sfruttamento “su misura”, forse anche diverse da quelle che erano le applicazioni di uso originale.

    Se avete dei dubbi eseguite la procedura ed inquadrate l’immagine allegata a questo articolo, grazie alla quale capirete le potenzialità intrinseche della tecnologia QR code.

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  • Google Wave. Internet nuova ultima frontiera da conquistare

    Condividere, uploddare, scaricare, inviare mail, bloggare, Twittare, aggiungere l’amicizia su Facebook, aprire un thread su FriendFeed: sono tutti termini nuovi, molti dei quali neologismi, che fino a qualche anno fa non esistevano.
    Tutti hanno un minimo denominatore comune e cioè la condivisione, lo sharing delle informazioni, di qualunque tipo ed origine è oggi la cosa che muove, che fa da motore al Web, il quale è passato da statico a “liquido” (Web 2.0) e che si sta proiettando verso il 3.0 e cioè la convergenza informativa e la condivisione totale.
    Oggi abbiamo decine di servizi e di piattaforme, ognuna delle quali ci permettere di fare tutto quello di cui sopra: con Facebook possiamo condividere video ed esperienze, con Flickr mostriamo al mondo le nostre foto, con Twitter i nostri pensieri brevi non hanno confini e con FriendFeed possiamo vedere addirittura lo “scorrere del tempo” in una sorta di story board cinematografica verticale.
    Ok, tutto questo è bellissimo ma ci dobbiamo registrare e loggare in tutti i servizi e dobbiamo tener aperte moltissime schede del browser oltre ad imparare ad usare tutti questi servizi 2.0 (che non sono semplicissimi in verità).
    A questa cosa devono aver pensato quei geniacci di Google quando hanno pensato a “Wave” il nuovo progettone che esce fuori dai cervelli che hanno ideato e creato Google Maps e che dovrebbe essere rilasciato a fine anno..
    Google Wave permette di condividere in una finestra unica diverse funzioni che fino ad oggi sono state pensate per l’utilizzo diversi software o siti web, ma la vera rivoluzione non è questa quanto la riscoperta del “tempo reale”.
    Si perché se è vero che tutti sappiamo cosa sia la modifica di file in contemporanea ed in tempo reale da più utenti, Wave intende dare un nuovo significato a questa voce.
    Se oggi per esempio comunichiamo con Skype o MSN, vediamo che l’utente con il quale chattiamo sta appunto scrivendo, grazie ad una iconcina che si muove e simula il suo movimento della “penna”: insomma il software ci avvisa che l’utente dall’altra parte sta scrivendo ma non sappiamo cosa.
    Con Google Wave sapere questo sarà possibile grazie ad un sistema che permetterà di vedere non solo il fatto che l’altra persona stia scrivendo ma anche CHE COSA stia scrivendo, con tanto di correzioni, ri-battiture e cose simili.
    Ecco che cos’è la rielaborazione del termine “tempo reale”, e lo stesso sistema sarà disponibile ad esempio anche per i documenti, i fogli di calcolo, i testi e così via.
    In pratica grazie a questo nuovo social network non solo avremo la possibilità di interagire con gli altri come facciamo oggi su Facebook e Twitter ma potremmo anche utilizzare tutti i servizi di Google e lo potremo fare rivoluzionando ed evolvendo il nostro modo di vedere la contemporaneità.
    Sarà un po come dipingere una grande tela in una stanza e farlo tutti insieme nello stesso momento, oltre a mandarci mail, ad usare una chat, condividere foto e video e ad uploddare quello che vogliamo sui nostri blog.
    Ovviamente Wave non è solo questo ma prima di tutto un accentratore di servizi. Google infatti punta ad essere, e credo che ormai sia chiaro a tutti, l‘unico gestore -monopolista- dei servizi online di ogni genere e natura.

    Leggi il resto su BlogMagazine.net

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  • Un programmatore PHP su WordPress-mu per Studio Boraso.com

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 16 Luglio 2009
    Archiviato in Realizzazione siti web

    Estate, tempo di ferie, ma Studio Boraso.com non si ferma neppure col caldo e guarda dritto davanti a se. Sono tanti i progetti che bollono in pentola, molti dei quali da sviluppare sulla potente piattaforma WordPress-mu. E’ per questo che stiamo cercando un bravo programmatore PHP in grado di sviluppare su questa e su altre piattaforme CMS, da inserire in tempi brevi.

    Attendiamo candidature per inserimento immediato presso la nostra sede di Occhiobello (RO).
    (Continua a leggere… )

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  • Marketing grazie a Facebook

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 10 Luglio 2009
    Archiviato in Social Network, Web 2.0, Web marketing
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    Un social network consiste in un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari.
    Internet è la culla ideale per il genere di struttura della quale stiamo parlando, una struttura sociale che si basa su connessioni evanescenti, ed Internet stesso è il mezzo che ha dato la fama e la notorietà a siti come Facebook o MySpace o ancora Twitter, l’evoluzione mista tra SMS e chat.
    Ci si incontra virtualmente, si scambiano foto, filmati ed esperienze, si fanno delle semplici chiacchiere, si trovano posti di lavoro e a volte… si perdono posti di lavoro.
    Oramai i social network come Facebook sono diventati molto più di passatempi: sono parti integranti di noi, innesti ed appendici alla nostra stessa vita.
    Ma quali potrebbero essere le fonti di introito di aziende che, di fatto, sanno tutto di noi?
    Ricordate il film Minority Report, nella scena in cui Tom Cruise fugge dalla polizia e si trova a viaggiare con i mezzi pubblici? In quel pezzo di film Cruise è letteralmente inseguito dalla pubblicità.
    I cartelloni pubblicitari in realtà sono monitor, grandi schermi che lo chiamano per nome e gli offrono le cose che sanno essere di suo gradimento? E come sanno queste cose? Attraverso le informazioni che noi stessi abbiamo “rilasciato” sulla rete.
    E non crediamo che questa cosa sia così lontana, è solo questione di tempo e di “potenza di calcolo”.
    Prendiamo Facebook ad esempio: i suoi database comparativi si incrociano e sanno che io, ad esempio, amo il salame, mi piace l’acqua “leggera”, esco in genere per andare al cinema o al ristorante leggo libri cyber punk e mi vesto in maniera casual.
    Prendete questi dati, metteteli a disposizione delle agenzie pubblicitarie ed il gioco è fatto, la pubblicità sarà mirata su ognuno di noi in maniera precisa e a tratti inquietante.
    Ecco il grande potere del quale stiamo dotando i gestori dei servizi Web: la possibilità di conoscerci a fondo, a fondo quanto nemmeno un caro amico forse potrebbe conoscerci.

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  • Gdgt, il primo social network sui gadget tecnologici

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 06 Luglio 2009
    Archiviato in Social Network, Web 2.0, internet
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    Siamo in un mondo si sa, in cui i gadget hanno perso la loro semplicità d’uso e la loro immediatezza per lasciare il posto alla completezza dei servizi a prezzo di una sempre inferiore semplicità d’uso.
    Se una volta per gadget si intendeva un oggetto semplice, di poco costo ed immediato nell’uso, oggi-specie in senso tecnologico- si parla di gadget come oggetti sempre più complessi, tecnologicamente avanzati e, dato non trascurabile, alla moda.
    I cellulari, i palmari, gli smart phone, i netbook vengono definiti gadget tecnologici e sono un mercato in continua presumibilmente crescita.
    Chi di noi non ha mai incontrato problemi nelle configurazioni e nella gestione di un cellulare, o nella impostazione di un telefonino come modem o nel creare una connessione tra due di questi gadget?

    Ecco a che cosa devono aver pensato Peter Rojas e Ryan Block, due autentiche autorità in questo settore dopo aver fatto vivere “mostri sacri” come Gizmodo ed EnGadget: la creazione di un social network che possa dare risposte a tutte le curiosità su qualunque oggetto tecnologico, in maniera semplice e precisa ed in tempo reale, oltre ad approfondirne le caratteristiche e a favorirne lo “scambio”.
    Gdgt.com (la parola “gadget” alla quale sono state tolte le vocali) è una via di mezzo fra Twitter e un blog di tecnologia. Si comincia, come sempre, registrandosi e creando il proprio profilo. Poi si aggiungono i gadget che si stanno usando, quelli posseduti in precedenza e quelli che si vorrebbe acquistare a breve o in futuro. Di ognuno sono disponibili le specifiche tecniche, news varie, recensioni e comparazioni prese anche da siti esterni, oltre al numero di utenti del social network che lo hanno comprato o che lo desiderano. Infine le tante discussioni sui pregi e i difetti.

    Secondo il quotidiano Repubblica il prossimo passo sarà aggiungere una sezione dedicata al confronto fra i vari negozi online e un mercato interno dove gli iscritti potranno sia vendere che comprare apparecchi di ogni tipo.
    Un tipico esempio in cui un’idea semplicissima, cioè quella di risolvere i piccoli problemi che affliggono TUTTI coloro che usano questi dispositivi, diviene un fatto che “rischia” di avere molto successo di diventare una enorme fonte di business.

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  • Facebook sarà l’identità digitale del futuro?

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 30 Giugno 2009
    Archiviato in Social Network, Web 2.0
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    Identità digitale, l’insieme delle informazioni e delle risorse concesse da un sistema informatico ad un particolare utilizzatore del suddetto: di fatto l’identità digitale non è altro che il nostro alter ego in bit, il “noi stessi” proiettato nel computer.
    Come nel mondo reale infatti anche nell’universo dei bit noi abbiamo una identità, siamo qualcuno, e lo capiamo ogni volta che facciamo il login cioè che entriamo in un servizio, scrivendo il nostro nome utente e la nostra password.

    Il problema delle identità digitali è che ne abbiamo tantissime, ne abbiamo generalmente una per ogni servizio che usiamo: ne abbiamo una quando entriamo sul sito della banca, una per la posta elettronica, una per Twitter, una per Facebook e così via.
    Ma come fare per unificarle tutte ne più ne meno come accade nella vita reale? In fondo tutti noi, nella vita siamo sempre e solo una persona a prescindere da quale servizio usiamo o da che luogo stiamo frequentando in quel momento.

    Una risposta a questa domanda si è cercata di darla con il sistema Open ID, che è un meccanismo di identificazione nel quale la propria identità è un URL (un indirizzo Internet in pratica) e può essere verificata da qualunque server supporti il protocollo proprietario.
    Ma si sa, come spesso accade per quello che riguarda i cambiamenti che coinvolgono miliardi di persone e protocolli standard da imporre, non sono le aziende a decidere ma il mercato.
    Ecco che, in maniera quasi inaspettata, sta nascendo un nuovo modo di identificarsi in molti, in moltissimi siti Web: l’account di Facebook.

    In pratica molti siti offrono servizi solo ad utenti “riconoscibili” o riconducibili ad una identità digitale: per fare questo, e per non ammorbare il probabile cliente/usufruttuario del servizio con noiose registrazioni, si usa l’identità di Facebook, quasi sempre sicura, già pronta ed accessibile.
    Ecco allora che sempre più spesso ci si trova ad entrare in portali-siti-blog che offrono servizi solo (o anche a chi) si “logga” con il proprio user di Facebook, il quale a sua volta cambia nuovamente forma: nato come semplice aggregatore di persone che si erano banalmente perse di vista, è quasi diventato un motore di ricerca (o aspira ad esserlo) visto che si possono trovare gruppi e pagine su ogni argomento ed ora l’ultimo colpo di coda di Facebook, il gigante di Mark Zuckerberg; se si imponesse come standard diventerebbe il primo e vero gestore e possessore di tutte le identità presenti online, con il traino evidente di problemi legati alla privacy ed al controllo dei dati sensibili.

    Se già oggi infatti il social network ha un potere straordinario grazie a foto, film e pensieri di tutti noi albergati nei suoi database, in futuro potrebbe anche essere l’unico detentore e possessore di molto di più dei nostri dati sensibili: sarebbe possessore di noi stessi.

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  • Il cambiamento passa per Twitter

    Rudy Bandiera

    di Rudy Bandiera · pubblicato il 25 Giugno 2009
    Archiviato in Social Network, Web 2.0
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    Origliare, guardare dal buco della serratura di centinaia di porte diverse, ascoltare i sussurri, i cinguettii di decine di persone che di fatto non si conoscono.
    Questo è Twitter per molte persone, un servizio di microblogging terribilmente limitato, che permette di scambiarsi brevissime informazioni (140 caratteri al massimo), che riduce la comunicazione allo stato embrionale e che non fa altro che trasmettere un “cinguettio” che diventa un brusio, un rumore di fondo comunicativo tra le persone.
    Ma allora perché se ne parla tanto? Dove sta la rivoluzione in un social network che permette di inserire di fatto solo testo e che non consente la generazione di messaggi -ergo ragionamenti- complessi?
    Forse, come dice il Corriere della Sera: “quando il jet della US Air am­mara sul fiume Hudson o quan­do c’è il terremoto a Los Ange­les, la notizia arriva coi messag­gi di Twitter molto prima che sugli schermi della CNN o sui terminali dell’Associated Press: un cambiamento che co­stringe i giornalisti a dotarsi di una nuova «cassetta degli at­trezzi » per affrontare rivoluzio­ni tecnologiche che stanno cambiando il modo di fare in­formazione. Poi arriva la rivolta in Iran e scopri che, con i corrisponden­ti stranieri messi alla porta dal regime degli ayatollah, Twitter diventa l’unico vero canale di informazione su quello che sta accadendo nel Paese: migliaia di ragazzi armati di cellulare che trasmettono brevi messag­gi e immagini della sommossa e della repressione.”

    Sono queste le grandi forze e le enormi potenzialità contenute in un piccolo servizio: la leggerezza, la portabilità e l’immediatezza.
    Ecco che Twitter si trasforma da mezzucolo per origliare chi ci sta vicino a straordinario mezzo di comunicazione di massa, grazie al quale la tecnologia diventa il veicolo delle informazioni prodotte direttamente dalle persone: nessuna redazione, nessun vaglio, nessuna lottizzazione politica ma semplicemente la notizia pura e cruda, che viene vista, ripresa ed “uploddata” cioè sparate nell’etere senza essere smussata.
    Non dobbiamo dimenticare che l’ANSA (nelle persone dei suoi giornalisti) per acquisire novità sulle evoluzioni dei fatti dopo il terremoto dell’Aquila, consultava Twitter… non il contrario.

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