Esserci non basta, occorre essere parte attiva.
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Blogolandia al Italian WordCamp 2009
Lo Studio Boraso presenterà il progetto Blogolandia al WordCamp di Milano venerdì 22 maggio, con un intervento dal titolo: “Blogolandia: il più grande network di Urban Blog italiano gira su WordPress multy user”.
Per chi fosse interessato tutte le informazioni si posso trovare a questo indirizzo mentre a questo potete trovare il programma dettagliato della manifestazione.
Rigoni di Asiago e Boraso.com: un successo annunciato
Il workshop allo SMAU di Padova in cui Massimo Boraso, amministratore delegato e fondatore di Boraso.com, ha presentato il nuovo ed innovativo progetto Web per Rigoni di Asiago, è stato un grande successo con la presenza di oltre 100 persone e la sala stipata di professionisti interessati al nuovo modo di fare impresa: l’impresa 2.0 e cioè la sinergia totale e completa tra cliente e fornitore.
L’affiancamento in “partnership” tra Boraso e Rigoni ha affascinato i presenti e restituito il senso ed il valore di questo nuovo modo di fare impresa.
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Morte dei quotidiani gratuiti online?
Proprio nel momento in cui pare che i giornali in forma cartacea vadano sparendo, il magnate australiano dell’editoria Murdoch pensa e propone una cosa che sconvolge e porta in fibrillazione tutto il Web: un dispositivo di facile utilizzo, simile a Kindle di Amazon, per accedere, a pagamento, alle testate dell’impero News Corp., dal Wall Street Journal al Times di Londra al New York Post.
Di fatto si parla di giornali online a pagamento.
Ora, la cosa strana è che parlare di servizi o prodotti vari a pagamento, non è una cosa straordinaria, basti pensare che ogni cosa o servizio che noi acquistiamo o del quale usufruiamo lo si paga.
Quando facciamo la spesa compriamo prodotti che paghiamo, quando l’ENEL ci manda la bolletta la paghiamo in cambio di un servizio e quando andiamo in edicola e compriamo un quotidiano lo paghiamo, e lo paghiamo anche relativamente caro.
Quindi di fatto se diamo per scontato che un bene o servizio lo si debba pagare perchè per i servizi online non vale la stessa cosa?
Se è vero come è vero che un un giornale distribuito in maniera canonica ha dei costi estremamente distanti dalla distribuzione in Rete (ecco il motivo per il quale le testate stanno migrando sul Web) è anche vero che un quotidiano ha un apparato imponente da muovere per poter erogare notizie sempre fresche provenienti da ogni parte del pianeta: pensiamo ad esempio solo ai costi da sostenere per mantenere una persona per mesi in una zona di guerra, ed avremo un’idea di quelle che possono essere le spese.
Allo stesso modo sappiamo benissimo che le famigerate “dot-com” sono collassate sotto il loro stesso peso all’inizio degli anni 2000, quando si credeva di aver trovato l’oro nella pubblicità su Internet. La panacea pubblicitaria in realtà non esiste e la bolla speculativa che si era generata ha portato ad una recessione dell’intera new economy.
Ma allora, assodato che la pubblicità sul Web non consente la sopravvivenza dei colossi informativi oggi esistenti e considerato che è un dato di fatto il pagare un bene o servizio, come mai questa idea di Murdoch ha alzato tanto polverone?
Non sarebbe forse giusto pagare una informazione “di qualità”?
Forse è proprio questo il punto su cui gli editori si dovrebbero soffermare a pensare, e forse è anche il punto che in maniera indiretta scandalizza la gente che legge i quotidiani, visto che le notizie non vengono intese come di qualità.
La lottizzazione dei partiti, gli aiuti statali, le pressioni delle lobby e l’arrivismo di molti giornalisti, senza contare la macchina burocratico/organizzativa che spesso è smisurata, grassa ed opulenta, fa si che la gente, il cittadino medio, non abbia voglia di pagare per una informazione che tanto di qualità non è, e che spesso viene percepita come di parte se non addirittura di regime.
Forse è questo che dovrebbe far riflettere gli editori e gli imprenditori del settore: le persone non vogliono avere per forza un servizio gratis ma non vogliono nemmeno pagare un servizio mediocre.
Le MiniGuideWeb di Studio Boraso.com
Le MiniGuideWeb di Studio Boraso.com sono un compendio in perenne Beta Version, uno strumento formativo ed informativo per chi voglia utilizzare appieno il web e sfruttarne al meglio le potenzialità. Forse vi starete chiedendo perché vi regaliamo parte del nostro know-how? Semplice, perché siamo consapevoli che un conto è sapere, un altro è saper fare. Ma siamo anche convinti che vendere bene e con onestà significa soprattutto giocare ad armi pari col cliente, far sì che egli sappia cosa gli occorre davvero e cosa vuole acquistare, anziché proporgli il prodotto/servizio più semplice o conveniente.
Internet Marketing 2.0 per le PMI: il caso Rigoni di Asiago
Workshop formativo gratuito per conoscere da vicino Studio boraso.com e Rigoni di Asiago
Internet Marketing 2.0, consigli pratici per le PMI: il caso Rigoni di Asiago
Giovedì 7 Maggio ore 15 a Smau Business Padova presso PadovaFiere
C’è qualcuno nella tua Azienda che non lavora, si annoia e costa… è il Sito Web! Non licenziarlo, in questo workshop gratuito saranno forniti consigli pratici e indicazioni per aiutarlo a ripartire portandoti enormi vantaggi.
Racconterà la propria esperienza diretta l’Imprenditore Andrea Rigoni, Presidente della Rigoni di Asiago S.p.A. azienda leader nei prodotti biologici.
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Internet e la rivoluzione: siamo pronti?
Partiamo da un presupposto, da un assunto che non può essere messo in discussione: il mondo sta cambiando e lo sta facendo ad una velocità straordinaria.
Se quello che si nota intorno a noi è un cambiamento costante e fluido, quello che si percepisce meno è la velocità di questo cambiamento, anche se la velocità è la vera rivoluzione alla quale siamo di fronte, molto di più del cambiamento stesso.
I mutamenti, si sa, ci sono sempre stati: siamo passati dalla pietra, al ferro fino ai metalli, alle armi atomiche ed ai microchip. Oggi è l’era dei cellulari e di Internet, ma se dall’età della pietra ai chip sono passati migliaia di anni, dal Web cosiddetto 1.0 al Web 2.0 ne sono passati solo alcuni, durante i quali la rivoluzione c’è stata e c’è stata eccome.
Ecco allora il perché della difficoltà di adeguamento: l’uomo è un animale lento nei cambiamenti, abitudinario e poco flessibile, e la piega presa dal mondo è decisamente troppo veloce rispetto a quello che può essere tollerato dall’animale uomo.
Se è vero che il cambiamento è sempre esistito ed è sempre stato in atto, è anche vero che oggi avviene ad una velocità direttamente proporzionale alla quantità di novità che nascono. Ad ogni nuova tecnologia ne corrispondono altre diversificate e che si ramificano a loro volta.
A questo punto ci troviamo di fronte a situazioni diametralmente opposte, che rispecchiano esattamente quello che può essere fatto grazie alle nuove tecnologie e quello che dovrebbe essere fatto, ma che non lo è solo per questioni di burocrazia o “pigrizia mentale”.
“Le università come le conosciamo oggi stanno per sparire, abbattute dalla tecnologia. La previsione non viene da qualche collettivo studentesco in polemica con i baronati, ma proprio da un professore, che vede allargarsi crepe sempre più evidenti nella struttura dell’università tradizionale.
Secondo David Wiley, docente di Tecnologie dell’Istruzione all Brigham Young University, nello Utah, gli studenti sono sempre più lontani dall’attuale modello educativo, che prevede di partecipare alle lezioni recandosi fisicamente in aula a un orario stabilito rimanendo seduti per un’ora ad ascoltare il professore”.
repubblica.it
I Pirati arriveranno in parlamento?
Non si è ancora spenta l’eco della maxi multa impartita a “The Pirate Bay” che la vicenda prende fuoco nuovamente.
Si perché forse non tutti sanno che in Svezia, terra emancipata e madre della “Baia dei Pirati”, esiste un partito, nato in origine come partito antagonista e provocatorio, che si chiama “Partito dei Pirati”: cinque ore dopo l’annuncio della sentenza, il Piratpartiet (“Partito Pirata”), nato nel 2006 a sostegno del sito, ha registrato 1800 nuove iscrizioni, raggiungendo quota 16.500.
Guidato da Christian Engström, 49 anni, il partito ha ormai superato per numero di iscritti i verdi e la sinistra, mentre un sondaggio gli assegnava a dicembre il 21% dei consensi.
Secondo alcuni osservatori alle prossime elezioni europee a causa -grazie- della sentenza “simbolo” contro Pirate Bay, si potrebbe avere una clamorosa vittoria del Partito Pirata, creando così una situazione quanto meno paradossale: il governo, la forma di autorità più alta in assoluto che generalmente verte alla protezione degli interessi delle mayor, si troverebbe formato da persone che promuovono come fine ultimo la riproduzione e la divulgazione di qualunque forma artistica basata sull’ingegno umano.
Si passerebbe ad avere chi oggi è considerato il “ladro”, al timone della società in maniera legale e democratica, con i cambiamenti profondi e strutturali che una cosa simile porta con se.
Tutto questo deve fare molto riflettere: se da un lato esiste la volontà e la necessità di difendere il lavoro intellettuale degli artisti e di chiunque produca “idee” dall’altra parte esiste una modifica, una rivoluzione in atto che viene direttamente dalla gente che percepisce la disparità sociale tra un VIP che si lamenta del furto delle proprie opere ma si sposta con un aereo privato.
Sul sito di Peter Sunde, uno dei fondatori della Baia, si legge: “Come in ogni buon film, gli eroi perdono all’inzio, ma solo per ottenere una vittoria ancora più epica alla fine”.
Forse è il caso di ripensare a molte cose, prima tra tutte la formulazione del copyright.
Facebook e Twitter sono amorali
Sono svariate le occasioni in cui la morale e l’etica si scontrano con l’evoluzione tecnologica dell’uomo, ne sono un esempio eccezionale i mutamenti di quella che una volta era semplicemente etica e che oggi ha una branca, impensabile qualche decina di anni fa, che si chiama bio-etica, e cioè la morale abbinata alla biologia (aborto, genetica, mutazioni ecc.).
Se il discorso vale per la biologia e per le scienze definibili “classiche” lo si deve addirittura amplificare applicandolo all’informatica, ad Internet e a tutto quello che riguarda le nuove tecnologie.
Si perché se la medicina ad esempio, si muove, cambia ed evolve ad una certa velocità, mettendo a dura prova quello che sono le nostre abitudini e le nostre credenze, l’informatica fa -molto sottilmente- di “peggio”, visto che la velocità di cambiamento è esponenzialmente maggiore e visto che le ricadute, le implicazioni sulle persone e sul mondo in cui viviamo, sono pressoché immediate.
Per stare sul pratico e per rendere l’idea, secondo uno studio recente del quale possiamo trovare ampio spazio a questo indirizzo si parla di etica in pericolo a causa dell’immoralità intrinseca nei sistemi di comunicazione moderna come Twitter e Facebook.
Lo studio si è posto una domanda: quanto impiega il cervello umano per formulare una risposta di fronte a una storia che suscita apprezzamento o partecipazione dolorosa?
In media, monitorando i volontari, i neuroscienziati hanno riscontrato un tempo di reazione del cervello umano che vai dai sei agli otto secondi prima di elaborare una risposta completa a emozioni profonde di ammirazione o di sofferenza. Ma alla lentezza si accompagna anche una solidità e una longevità della risposta.
Secondo gli scienziati del Brain and Creativity Institute della University of Southern California guidati da Antonio Damasco quindi, una decisione necessita di un tempo minimo di “maturazione/decantazione” entro il quale si riesce a dare un indice morale al fatto che ci è stato messo davanti: per decidere cosa provare abbiamo un tempo tecnico di poco meno di dieci secondi insomma.
Questa conclusione è quella che porta gli studiosi a sostenere che sistemi i di microblogging alla Twitter compromettano la nostra capacità di discernimento nei confronti degli eventi proprio perché non danno il tempo di ragionare, pensare, prendere le dovute distanze e valutare con oggettività.
Di fatto, secondo gli scienziati: “Il costo emotivo della tempesta di informazioni che subiamo, specie in un cervello ancora in formazione, è troppo alto nell’era dei social network.”.
Personalmente penso che non sia esattamente così: se da un lato esiste la possibilità che la nuova comunicazione ed i nuovi media portino al cambiamento della moralità, questo non significa che la moralità stessa venga a mancare a causa del microblogging.
La perdita di morale oggettiva dei nostri tempi ha delle motivazioni scatenanti e non sono certamente da attribuire -o almeno non solo- alla comunicazione via Web, e gli studi come questo usano le parole Twitter, Facebook e social network semplicemente come cassa di risonanza per avere visibilità.
Come spesso accade non dipende dal sistema, dal mezzo o dal veicolo il pericolo intrinseco di un evento, ma dipende dall’evento stesso. Internet non distrugge la moralità più di quanto non la distrugga guardare il TG delle venti.
Solidarietà 2.0: Internet permette la coordinazione di milioni di persone
Il terremoto avvenuto in Abruzzo è stata una ecatombe di immani dimensioni ma ha avuto una caratteristica unica: è avvenuto sotto la presenza costante di Internet.
Non era mai successo -ed ovviamente si spera non succeda mai più- che un cataclisma fosse sotto la lente di Internet come questo terremoto abruzzese, che ha gettato luci ed ombre su una società sempre più informatizzata e mediatica che ormai genera notizie dal basso più che nel modo tradizionale.
Fondamentalmente sono due le cose emerse da questa tragedia: la prima è che i media tradizionali (dalla BBC, passando per la CNN e tutti i classici mezzi di comunicazione di massa più importanti del pianeta) si sono rivolti alla Rete per avere informazioni, e non il contrario.
La seconda, e forse ancor più importante cosa che è stata messa in luce in maniera chiara ed inequivocabile, è stato il grande potere dimostrato da Internet nel riuscire ad organizzare le persone in tempo reale.
Il Web si è messo in moto con straordinaria efficacia grazia soprattutto a Twitter, il sistema di microblogging sul quale gli utenti hanno segnalato il sisma in tempo reale, seguendone le evoluzioni in prima persona.
Prima che qualunque testata della Terra avesse anche solo subodorato il terremoto, la Rete era già in fermento e diffondeva notizie ed immagini “dal fronte”.
Appena spento l’eco di crolli si è messa in moto la macchina della solidarietà (o solidarietà 2.0 per stare in tema) grazie alla quale moltissimi blogger o semplici internauti hanno iniziato a fare la cosa più difficile ed importante in una situazione di crisi: aggregare ed organizzare le informazioni.
Decine di blog hanno pubblicato pagine pseudo statiche, (in primo piano per intenderci) nelle quali vengono riportati i numeri di telefono ed i conti correnti postali dove poter fare versamenti di aiuti, con informazioni testate in prima persona o provenienti dai siti della Croce Rossa Italiana o della protezione civile.
Sono state subito arginate forme meschine ed infami di sciacallaggio mediatico, riuscendo, grazie all’esperienza dei surfer, a capire quali fossero le operazioni lecite e legali e quali i siti che chiedono soldi solo per lucrare e non per aiutare.
Di fatto, la Rete si è autogestita nell’organizzazione della crisi, mettendo in piedi una ragnatela informativa sofisticata e potente che nessun organo centralizzato sarebbe stato in grado di mantenere in tale efficienza.
Grandi social network come Facebook hanno messo a disposizione pagine in cui raccogliere informazioni e vari siti sparsi in tutto il Bel Paese si sono improvvisati “punti di raccolta” sul territorio, e sono divenuti punti di riferimento per i cittadini delle zone limitrofe al disastro.
Insomma, Internet una volta per tutte, ci ha mostrato il suo lato migliore e più potente: quello che porta alla democrazia del futuro in cui saranno le persone stesse, decentralizzate e distribuite, ad essere -paradossalmente- il centro del mondo.
Aiuti in Abruzzo: ecco come fare
Blogolandia, da grande network urabano qual’è, mette a disposizione il suo spazio ed i suoi editori per aiutare le zone disastrate colpite dal sisma: a questo indirizzo troverete quanto segue.
